SPECIALE: ROCKA-RO-MANIA! Storie & leggende di Rock rumeno (SECONDA PARTE)

18.02.2022

"EPOCA DE...IRIS"

Il mio primo contatto con il Rock rumeno avvenne nei giorni in cui Hammerblow 1.0 era ancora operativo. Mi trovavo infatti in una delle poche città vagamente "europeizzate" di una Romania all'epoca arrancante e, imbattendomi in un'esibizione live degli IRIS, mi resi conto che anche in quelle zone, non certo famigerate grazie a discografie di pregio internazionale, esistevano un passato e un presente scanditi da riff superamplificati!
Mi fu subito chiaro che all'attempata band, fronteggiata dal riccioluto Cristi Minculescu, la Storia e il Popolo rumeno avevano conferito l'investitura a "simbolo" dell'hard n'heavy locale. Di quale lega metallica fossero fatti gli Iris era ancora più evidente: un rifacimento di "Lady in black" (c'è bisogno di citare gli autori?) con pochi fronzoli e molto cuore, una commovente hit  - "Florea de iris" - cui la folla partecipava con un memorabile unisono, chitarre fibrillanti e tappeti di Hammond. Inequivocabili.
A posteriori, scoprii persino che il frontman, agli inizi della carriera, amava assumere le sembianze del leggendario Bon Scott, con tanto di denim smanicato e berretto modello "coppola"! 


Bando al parere comune, faccio fatica ad attribuire agli Holograf il titolo di pionieri heavy-rock ufficialmente pubblicati nell' "epoca de aur". L'esordio degli Iris, con la sua bellissima illustrazione di copertina, è invece il primo vagito de facto del rock rumeno corazzato di scintillante materia heavy.

Theodor Negrescu produce con il piglio giusto (a mio avviso per la prima ed unica volta in ambiente "duro") un vero guitar-rama imbevuto nel magma del British Sound. Iris atto primo, del 1984, suona assai demodé se rapportato ai contemporanei occidentali, con i suoi datati girotondi rock'n'roll e una serie di schemi che i Judas Priest avevano già allestito e superato con "Breaking the law", "Exciter" e "Hell bent for leather".
Ma non saremo certo noi a svalutare un disco indubbiamente importante: la conclusiva "Iris" è grande, un thrasher al granito che non concede pause di riflessione, mentre con "Noaptea" i ragazzi dimostrano una certa abilità nella progettazione di ballate d'atmosfera!

Iris si manterrà sugli stessi standard con il successivo "Iris II" (per l'originalità dei titoli consiglio di guardare altrove...), sulla cui copertina compare Angus Young ritratto in stile acquerello, oltre ad una "S" di KISS ricollocata al bacio.

Qualcosa inizia a non convincermi. Nel 1987, il maestro de sunet sembra non trovarsi del tutto a suo agio con le "nuove" tendenze sonore, ed "Iris II" non ha affatto lo smalto del debutto: il sound è opaco, mancano le lame taglienti che avrebbero potuto portare un brano come "Frumusetea ta" (riff che allude alle visioni desertiche di Schenker/Bonnet!) su tutt'altro livello.

La medesima problematica, ed è un vero peccato, si ripresenta con "Nu te opri", terzo ed ultimo lavoro forgiato dagli Iris sotto il Regime: è evidente che Negrescu, il man of sound, ha perso il bandolo della matassa. Gli arrangiamenti, pur progrediti verso forme avvincenti, non oltraggiano il pudore acustico come dovrebbero; neanche "Viata e totul" e "Ore tirzii", rievocazioni dei ludi gladiatori degli Scorpions, infiammano l'arena - dove li avremmo accolti con estatiche grida di trionfo!

"Nu te opri", con coreografia di copertina curiosamente naif e fuori contesto, avrebbe potuto essere l'episodio più esplosivo della Iris-saga, certo. Resta invece un album da avere ed apprezzare, ma che non perforerà mai il cuore degli schizzinosi...

I CAMPIONI DEI CARPAZI

Un processo evolutivo non trascurabile è quello che ha visto protagonisti COMPACT, formazione della Capitale già sulla bocca di tutti nell'83, con il singolo "Spatiu" (incredibilmente potenziato sulla album-version, successiva di un paio d'anni). Il loro biglietto da visita è una hit di grande impatto, dallo straordinario fraseggio melodico e descrittivo, che fluttua in una trasognante cornice armonica, sotto il segno dei Pink Floyd.

Evidentemente, il progetto Compact prevedeva un adeguamento del sonoro in base alle "mode" e alle leggi del mainstream (interno): nel secondo "Cintec pentru prieteni", la virata verso un pop-rock con ambizioni da classifica è brusca e non concede continuità col passato. Progressione non dissimile, con le dovute proporzioni, a quella dei Def Leppard o degli Aerosmith, che da operatori di ruvida materia "siderurgica" si ritrovarono, ben per loro, a regnare sugli anni '80 da stelle dell' airplay.

"Cine esti tu, oare?" ("Chi sei?"), terza prova, segna l'ingresso dell'asso Adi Ordean, axeman capace di tecniche spericolate e vertiginosi effetti-speciali alla Van Halen. Ma, al netto dell'incremento di volts, Compact si mantiene nei registri del rock rassicurante, sorretto da strutture solide ma risapute - persino alle latitudini sanremesi di quegli anni.

Per la cronaca: la title-track clona senza ritegno "Somebody save me" dei Cinderella e ne fa pyRomania per palcoscenici post-comunisti. Non è certo da qui che si misura l'importanza dei Compact!

Celelalte Cuvinte (foto dal web)
Celelalte Cuvinte (foto dal web)

Mettendo in moto la fantasia, posso soltanto immaginare cosa sarebbe oggi dei CELELALTE CUVINTE se si fossero assicurati le prestazioni di un cantante deluxe come FishGeddy Lee....senza togliere alcunché al tuttofare Calin Pop, responsabile al 100% delle invenzioni fiabesche di questa visionaria e talentuosa milizia. Celelalte Cuvinte ha cognizione di causa a trecentosessanta gradi, una preparazione da mettere in crisi persino i più istruiti acrobati occidentali; la sezione ritmica composta da Marcel Breazu (basso) e Leontin Iovan (batteria) opera sull'orlo dell'impossibile, giocando in assoluta scioltezza con dinamiche e cambi di tempo, lasciandoci inebetiti e con un sostanziale interrogativo: se i rockers rumeni degli anni '80 si mostrarono così sensibili ai Rush di "Fly by night" e "Moving pictures", perché non accadde lo stesso in Italia?
Le orditure allestite da Calin Pop, in evidente debito con i menzionati Rush, rimangono comunque intrise di quel retaggio "medievale" insito nel rock rumeno dai tempi dei Phoenix, e - soprattutto sullo splendido "Celelalte Cuvinte II", del 1990 - amano dipingere arpeggi maestosi, evasivi inserti di sintetizzatore e fughe a regola d'arte...bachiana. Il "cinque di Timisoara" spinge la conoscenza troppo in alto: lassù, dove osano soltanto le aquile!

In un colosso come "Celelalte Cuvinte II", è lecito aspettarsi che il sound-design (affidato al solito Negrescu) finalizzi il tutto con la stessa, maniacale definizione che aveva dato lustro al debuttante Progresiv TM (vedi prima puntata). Ma non è così. Al netto di uno dei preset più brutti di cui ho memoria, che cozza inevitabilmente con la qualità d'insieme di Celelalte Cuvinte, l'idea sonora di esaltare il basso nel mix, ahimè, qui non è affatto vincente. L'album suona imprigionato come un'araba fenice in gabbia, laddove Theodor Negrescu avrebbe potuto ricucire, con la sua arte, i pregi di un grande disco e farne un capolavoro.

L'epopea del Rock Rumeno finisce qui? Non esattamente...


FINE SECONDA PARTE

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