RICORDI: ACCEPT '05, midnight highway Firenze-Pratteln

05.05.2022

Una volta, si iniziava da giovani. Quanto bastava per sentirsi, a venticinque anni o poco più, quasi dei veterani; col rischio di lasciarsi prendere la mano ed incappare nella sindrome del reduce nostalgico, che con orgoglio sfoggia cicatrici e trofei rimediati nel corso di aspre e remote battaglie. Una mattina, però, ti guardi allo specchio e snoccioli un po' di onestà intellettuale: 

"...ma dove credi di andare, tu che non hai mai visto gli Accept in concerto?"

Perché tu fai parte di quella generazione che, al limite, ha avuto la fortuna di assistere a qualche show degli U.D.O., costola di un mito, durante quei burrascosi ma divertentissimi anni '90. Ricordate? Soffiavano venti di germanycentrismo, che spesso spingevano la flotta tedesca oltre le frontiere a Sud, permettendo anche all'Italia di ospitare Gamma RayHelloween e quanto di meglio la terra dei crauti aveva da offrire, in fatto di suoni duri.

Herman Frank, Udo e Wolf Hoffmann, 2005. Foto dal web
Herman Frank, Udo e Wolf Hoffmann, 2005. Foto dal web

Per chi avesse raggiunto Hammerblow credendolo un blog per "principianti", forse conviene ripetere che Accept sono senza alcun dubbio un lato del poligono ideale che contiene la quintessenza dell'Heavy Metal, insieme a Black Sabbath, Judas Priest, Scorpions e pochi altri. Ciò che era in principio. Ciò che ha generato una letteratura tanto sterminata e variegata, che ancora oggi è in grado di rifiorire - seppure ad intervalli irregolari. Gli Accept costituiscono una parte di quel perimetro sacr(ileg)o oltre il quale esiste soltanto merce derivativa, fatta ad immagine e somiglianza degli Dei, nonostante le contaminazioni, le personalizzazioni ed i restyling.
Fortuna ha voluto che Alex Young, terzo brother al servizio segreto degli AC/DC, avesse nel suo archivio una hit inutilizzata, dal titolo "I'm a rebel", che ben si sarebbe adattata alle specifiche tecniche dell'arrembante cingolato tedesco. Conditio sine qua non, dopo un primo album non memorabile, Accept sarebbero scomparsi o comunque sopravvissuti nelle topaie della scena teutonica.
E se gli americani sono stucchevolmente noti per reclamare meriti e primati, chiedete a Don Dokken, il cui contributo all' heavy degli anni '80 non è certo secondario, che scelse di trascorrere gli anni del gregariato proprio in Germania, sperimentando in prima persona le strategie in-studio di Accept e Scorpions!

Udo, Osaka 2005. Foto dal web
Udo, Osaka 2005. Foto dal web

La configurazione che, nel 2005, si fece carico del pesante brand acceptiano, in un colpo di scena che sorprese lo zoccolo duro dei kids, non era esattamente quella originale: corrispondeva comunque alla formazione responsabile del classico "Balls to the wall", con il chitarrista Herman Frank in luogo di Jorg Fischer

Che gli Accept potessero scrivere l'ultima, irrinunciabile pagina di una storia già gloriosa, però, non era così scontato. Udo, Wolf Hoffmann e compagni sono il simbolo del guitar riff con gli addominali scolpiti nell'acciaio, la garanzia dell'esecuzione perfetta e della totale quadratura degli schemi dell'Heavy Sound. Nessuno è utile, tutti sono indispensabili.
Si possono allestire decorose band-tributo, certo, ma gli unici Accept sono quelli che si esibirono il 12 giugno del 2005 a Bologna, al Gods Of Metal Festival, e che ho avuto l'onore di vedere in-azione sul palco del Club Z7 a Pratteln, Svizzera, il 20 agosto dello stesso anno. Quelli di cui Udo Dirkschneider, il "piccolo Ercole", è l'unico volto e l'unica voce.

Non prendemmo neanche in considerazione la data bolognese. Volevamo un concerto degli Accept, non mezz'ora di prove generali spacciata per evento irripetibile, con un pubblico che a malapena si sarebbe fatto sentire sui cori da giungla urbana di "Balls to the wall". C'erano solo seicento chilometri, o poco più, che ci separavano da qualcosa che avremmo sempre voluto vedere.

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Arrivammo a Pratteln con precisione quasi acceptiana, durante lo show del gruppo-spalla (che, a dire il vero, non ricordo chi fosse), e la polemica si accese.

Come sapete, il biglietto d'ingresso ai concerti non è soltanto una pratica burocratica: è un feticcio, un oggetto collezionabile quanto lo è un'intera discografia. La magia dei biglietti colorati, con la foto (magari inedita!) o con il logo dell'artista, in quegli anni era già un ricordo per nostalgici, ma che ad un concerto così importante non ci venisse consegnato alcun tagliando era inaccettabile. Non avere il biglietto è, ad un livello molto profondo, quasi come non aver assistito all'evento stesso.
Non li avete forse conservati tutti, i biglietti dei concerti che avete visto? Ho memoria di aver perduto, in vita mia, un solo ticket, e tutt'ora mi risulta inspiegabile la dinamica dello smarrimento...ma ve lo racconterò un'altra volta.

1988: il primo scioglimento, documentato da Metal Hammer Italia. Archivio privato

scaletta del concerto a Pratteln, 20/08/2005

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La mostruosa efficienza live della macchina Accpet è cosa nota, facilmente verificabile ascoltando il doppio "Staying a life" (1985, ma pubblicato solo nel 1990), secondo al "Live after death" degli Iron Maiden e ad "Unleash in the east" dei Judas Priest solo in termini di popolarità. Il peso specifico di Accept Live è schiacciante, la performance (ricostruita a posteriori o meno) rinverdisce addirittura alcuni classici di repertorio come "Princess of the dawn" e "Breaker", potenziando quelle particelle infinitesimali non ancora esplosive a sufficienza nelle versioni originali.

Accept dal-vivo è, esattamente trent'anni dopo "Staying a life", ancora contemporaneità assoluta dei cinque interpreti, precisi ed imprecisi sempre e comunque all'unisono. Sincronizzati nella buona e nella cattiva sorte, agli ordini di UDO, che irruppe sul palco del Club Z7 indossando un cappotto di pelle addobbato di epaulettes e orpelli di sorta, occultando ogni emozione umana dietro a minacciosi occhiali scuri, come un vero Terminator.

Eravamo stanchi per il viaggio, ma ci pensarono gli Accept e la loro scaletta dei sogni (...e come la chiamereste, sennò?) a rianimarci, dandoci l'illusione impareggiabile di esserci perduti in un lasso temporale magico. Sarebbe stato bello, se quel frangente si fosse trasformato in un eterno Giorno Della Marmottain cui saremmo rimasti intrappolati soltanto noi...e gli Accept!

I contorni netti e affilati di "Living for tonite" e "Up to the limit", la marcia da ras del quartiere "London leatherboys", il mastodontico fitness-metal di "Balls to the wall" e l'Apocalisse elettrica "Metal heart"... senza dimenticare le accelerazioni in cui Accept si sconvolge e viaggia fast as a shark... ma è veramente utile elencarle e commentarle tutte? Le conoscete come o forse anche meglio di me. Ma averle ascoltate quella notte vale una vita spesa a comprare e ascoltare dischi Heavy Metal, credetemi.

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Da quell'agosto 2005, fase finale di un tour che avrebbe segnato la fine definitiva del sodalizio con Udo, molti hanno accolto ed applaudito la riorganizzazione della band; ma la nuova creatura di Wolf Hoffmann, bella o brutta che sia, non ha ragione di riciclare il vessillo che identifica la leggenda degli Accept.

Avrei potuto impostare questo pezzo raccontandovi il road movie del nostro viaggio verso il Canton Basilea, l'alluvione che ci lasciammo alle spalle tornando verso l'Italia...immediatamente dopo il concerto! Oppure le poche ore di sonno che riuscii a concedermi una volta rimpatriato, dato che un volo per l'Europa dell'Est mi attendeva all'aeroporto di Fiumicino. Ma sarebbe stata davvero una scelta felice, quando i protagonisti di un racconto si chiamano Accept?

Massimo

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