RELICS, 2112 sfumature di...Rush!

23.11.2020

RUSH - 2112 (Anthem, 1976)

Ripercorrere la magia di questo microsolco equivale a rivangare un passato in cui, trovandomi a dover scegliere l'argomento per una tesina (peraltro mai discussa - sic est...), le mie attenzioni si focalizzarono con entusiasmo sulla magnum opus del trio delle meraviglie Lee-Lifeson-Peart.

A causa di un profilo incorruttibile, votato alla ricerca  di verità cosmiche circa il rapporto uomo-arte e al mantenimento di standard compositivi altissimi, Rush non ha mai raggiunto le proporzioni del mainstream - come avrebbe invece meritato.
Non fa eccezione, naturalmente, questo "2112", pietra miliare di un'epopea -quella degli album concept- in cui essere oscurati dalle eclissi lunari dei Pink Floyd o schiacciati dagli archetipi strutturali, spessi come mattoni
, dei Jethro Tull era più certezza che rischio. Soprattutto quando, ed è il caso dei Rush, le intricate architetture progressive e le forme della suite giurano obbedienza alle leggi sonore dell'hard.

LA TITLE-TRACK
L'Overture è successione di fragorose prodezze ritmiche e reminiscenze tchaikovskiane che suonano già perfettamente Heavy Metal, lo stesso dicasi per l'assalto frontale di "The temples of Syrinx", manovrato dalle stridenti intimidazioni di un isterico Geddy Lee. Con "Oracle",  il terzetto propone richiami e connessioni del tutto autoreferenziali, in un mirabile caso di spavalderia e trasfigurazione metallica della sinfonia rock alla Emerson Lake & Palmer.

Rush raggiunge  l'apice creativo nell'intervallo "Discovery / Presentation", prodigiosa fusione di musica e verve descrittiva, episodio decisivo nello sviluppo bidimensionale di una favola distopica narrata attraverso progressioni eteree e fulminanti guitar solos.
La prima facciata si conclude con un Grand Finale spiazzante, ad aprire nuovi scenari catastrofici e conflitti intergalattici.

IL LATO B
Completamente estranea al concept, la sequenza di brani in appendice riserva ulteriori testimonianze del valore artistico dei Rush: dagli stupefacenti chiaroscuri di "The twilight zone" e "A passage to Bangkok", fino al recupero definitivo della  forma-canzone nel semplice quanto efficace impianto emozionale della ballata "Tears".
Difficilmente sentiremo i Rush insistere sul solito riff o tema melodico per più di qualche battuta, ma il totale controllo del flusso di idee che emerge da questo capolavoro del rock fantapolitico lascia assolutamente  attoniti.

Massimo

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