LA SORPRESA: Fortress - evasi da...Alcatrazz!

03.01.2022

FORTRESS - DON'T SPARE THE WICKED
(High Roller, 2021)

Sono passati quasi vent'anni da quando qualcuno tentò di propagare un'ondata di sedicenti guitar-greats che, in verità, non facevano altro che spacciare retorica rainbowiana in edizione..."ridotta"; spesso, senza neppure provare ad evadere i confini del più evidente dilettantismo. Risibili!
Ma le odierne strategie imitative , cui abbiamo (per primi!) accennato più volte, stanno rivitalizzando qualunque sfaccettatura dell'Hard n'Heavy, è ormai verificato. Non si può più scadere nella parodia non-enunciata: oggi, è VIETATO accontentarsi di teatrali approssimazioni degli schemi basici '70/80!
Nell'anno appena concluso, scenario di ben altre turbolenze su scala mondiale, ho commesso il grave errore di trascurare Fortress ed il loro primo assault-attack su vinile.

Il drappo vellutato si schiude rivelando un imponente maniero, nella calma notturna minacciata da un'inquietante luna-teschio: riecheggia il versante della sword'n'sorcery già accennato sulle copertine storiche di Rainbow e Yngwie Malmsteen!
Fortress parte con il piede incollato all'acceleratore e "Lost forever" è l'epifania del quartetto californiano, che si esalta su un sontuoso lastricato di tastiere, a suon di spettacolari fraseggi (ne sentivamo la mancanza da tempo immemore) e vocals belligeranti, intonate col sangue che ribolle nelle vene.

Certo, si possono accusare i Fortress di muoversi in direzioni tutt'altro che oblique, di battere territori già percorsi e di non offrire alcunché di veramente inedito, ma attenzione: davvero rinuncereste ad uno dei pochissimi album in grado di far rifiorire la magia degli Alcatrazz e di classici come "No parole from rock n'roll" o "Live sentence"?

Siamo di fronte ad una band che, pur affidandosi ad una produzione dalla patina "attuale", rende credibilità ad un genere tanto facile da accennare quanto impossibile da riproporre all'altezza del suo regale passato.
Al timoniere Fili Bibiano dobbiamo la pioggia aurea di riff e fulminanti guitar-solos, mentre le corde vocali di Chris Scott Nunez (pizzicabili, talvolta, nel tentativo di imitare Bruce Dickinson) dimostrano ancora come un cantante di razza possa alzare l'asticella complessiva di una rock band.

Nunez tuona come Graham Bonnet, ma in perfetto controllo, nelle redivive forme baroque & roll di "Devil's wheel" e "Anguish" (la resurrezione dello Schenker/Bonnet Sound!) e nell'impetuosa raffica di allusioni blackmoriane "Red light runner".

L'ho già detto altre volte: il pezzo giornalistico che passa ai raggi-x ogni nota incisa su un disco è, nella stragrande maggioranza dei casi, un papiro inutile. Non mi piace Fortress, però, quando celebra l'archetipo maideniano più inflazionato ("The trooper", of course!) con "Find yourself", unico episodio sottotono di un debutto a dir poco brillante; i ragazzi sono in grado di stupire con i rallentamenti di "Children of the night", magniloquente epic rocker che ben si adatta alla loro maschera, e che da solo obbligherebbe qualunque fan dei Rainbow all'acquisto di "Don't spare the wicked"!
Non fateveli sfuggire. Per nessun motivo.

Massimo

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