INTERVISTA: Giancarlo Trombetti -  Rockerilla, VideoMusic e..."meccanici" improvvisati 

11.02.2022

2020, riapertura di Hammerblow...giorno più giorno meno: guardandomi intorno, scopro con estremo piacere che Giancarlo Trombetti e Beppe Riva sono tornati a parlare di musica, senza obblighi ma con la stessa professionalità che li ha sempre contraddistinti, su Rock Around The Blog, di cui sono naturalmente diventato assiduo lettore.

In che modo il loro progetto mi arricchisce, al di là della competenza dei due autori/gladiatori, tanto da sceglierlo come "periodico" di riferimento, non è concetto facile da sintetizzare. Sicuramente sussiste il fatto che, su quelle frequenze, non troverò mai della retorica musicologica da Pisticci Scalo, né della retrospettiva sciorinata "per sentito dire"; né, tantomeno, troverò dell'insopportabile gergo da social network. Di tutto questo sono sicuro e soprattutto entusiasta. Dei bar virtuali dove si gioca a celo-manca, credendo che il Rock sia un mazzo di figurine o (peggio ancora) uno scherzo, ne ho abbastanza.

In secondo luogo perché, come alcuni di voi sanno, mi diletto da tempo immemore nella raccolta e nella lettura di riviste hard n'heavy degli anni '80, laddove si scatenavano la "prosa poetica" di Riva e le intuizioni imprevedibili di Trombetti - leggete l'intervista che segue, e ditemi se la trovata di Pisticci Scalo non ha l'efficacia di un tormentone...

Massimo Machetti
febbraio 2022

L'INTERVISTA

HB: Ciao Giancarlo, permettimi prima di tutto di dirti che mi fa veramente piacere proseguire la nostra "tradizione" delle interviste dedicate al giornalismo Hard N'Heavy italiano, con un ospite di indiscutibile esperienza come te. Da lettore del sito Rock Around The Blog (che curi, ricordiamolo, insieme a Beppe Riva), ho notato che il tuo ruolo in quel progetto non è tanto quello di critico o recensore, quanto di "narratore/argomentatore" di spaccati storici e ricordi personali...sempre, naturalmente, legati alla Musica. Posto che la mia impressione sia corretta, ti chiedo se questo fa parte di una scelta editoriale pianificata da te e da Beppe, oppure se le cose sono molto più...elastiche, in questo senso.

GT: Ciao, grazie per avermi proposto la chiacchierata...vedi, non si tratta di alcuna scelta editoriale. Un blog, dal mio punto di vista, è un contatto discorsivo con chi decide di leggere le tue idee, i tuoi ricordi, i tuoi gusti e pensieri. Ho dovuto...maneggiare...tanta di quella musica, e non necessariamente quella che amo, per lavoro che mi diverte di più trovare un piano di contatto eventuale che sia alternativo alla disquisizione pura di un prodotto. Questo non significa che rifiuti a priori di trattare di un disco o un artista, tutt'altro, ma che se posso e riesco, preferisco scrivere di musica allargando un po' il tiro. Beppe è affezionato al suo approccio e fa benissimo a mantenerlo. Credo che avere due diverse visioni possa essere piacevole per il lettore, spero.

HB: Andando a ritroso: tra il 1986 e l'87 tu, Beppe ed altri collaboratori abbandonaste progressivamente Rockerilla per fondare prima un "allegato" del magazine d'origine (Hard N'Heavy, 3 pubblicazioni a cadenza mensile), poi una rivista tutta vostra (Metal Shock). Ma c'è un dettaglio che colpisce in modo forse non troppo eclatante: nel giro di pochissimo tempo dalla vostra partenza, la rubrica "Hard N'Heavy" scomparve dalle pagine del magazine d'origine. Epurazione "stilistica", ripicche personali o cos'altro?

GT: Vado a memoria perché si parla di ere geologiche passate... Hard and Heavy non fu altro che un riconoscimento da parte dei "parsimoniosi" editori di Rockerilla che si resero conto che c'era vita oltre ai loro gusti, ma sopra ogni cosa che c'era un pubblico crescente che non aveva mai avuto un certo genere di attenzioni da parte della stampa. Nell'86 mi trasferii definitivamente a Roma per lavorare all'interno di una piccola casa editrice dove feci molte pressioni per avere un periodico "tutto rock". Dopo un po' di mesi riuscii a convincere l'editore e la prima cosa fu, ovviamente, di coinvolgere un paio di amici, Beppe in primo luogo, dato che al di là della stima, siamo effettivamente amici da una vita. Cosa accadde in Rockerilla dopo non saprei dire; credo semplicemente che essendo venuti meno gli stimoli a trattare di certi argomenti, si sia andati avanti con una linea editoriale ben precisa. Che poi abbia pagato o meno, dovresti chiederlo a loro...

HB: Sempre a proposito di quegli eventi: ti ho sentito parlare, in altra sede, di Veri Grandi Giornalisti. Questo concetto mi ha incuriosito e vorrei approfondirlo qui. Chi è il "vero grande giornalista"? Cosa ti porta a fare questa distinzione, ammesso che le tue parole non fossero "ironiche" (e quindi da me fraintese)?

GT: Non ho idea di cosa tu stia parlando, in buona fede... Dovresti citarmi il contesto. Temo che si trattasse comunque di una ironia nei confronti di un settore, quello della stampa "specializzata"...chiamiamola così... italiana che da sempre improvvisa critica e conoscenza. A seconda di come io possa aver utilizzato la definizione, avrei potuto individuare come destinatari o i veri giornalisti dei quotidiani, buoni a nulla e pronti a tutto e coccolati dalle fu etichette discografiche grazie alle vendite dei quotidiani...e 'fanculo alla individuazione del target e delle logiche di promozione... oppure tutti i sedicenti esperti che nascono come funghi nell'era del web o sulle pagine dei giornali specializzati, grazie al potere del "non ti pago ma ti metto un nome in calce allo scritto" che purtroppo per chi legge in buona fede diventano fonti, pur non avendo i titoli per esserlo. Ma questo è un discorso lungo e complesso, che coinvolge gli appassionati a raffronto con chi, della musica degli altri, ha fatto una professione. Posso solo aggiungere che con i milioni di fonti certe che esistono oggi sul web, leggere la recensione di un collaboratore di Pisticci Scalo sul disco dei... Deep Purple... ha per me valore zero. Un tempo, quaranta, cinquanta anni fa era diverso. Oggi basta saper cercare.

HB: In un Paese che ha sempre faticato a riconoscere il musicista ed il critico-musicale come figure professionali vere e proprie, vorrei chiedere ad un veterano del settore come te se è mai stato possibile fare di questa attività un mestiere a tempo pieno. Era possibile negli anni 70 e 80? E' possibile oggi? E, se sì, con quali differenze e attraverso quali sacrifici o compromessi?

GT: No. Prossima domanda, prego. D'accordo. Provo a spiegare. Non si tratta di fatica ma di riconoscimento di un mestiere, non parliamo di professione. Il critico musicale viene riconosciuto dal mercato, ossia da chi necessita del suo lavoro. In Italia l'unica necessità riconosciuta da chi ha bisogno di promozione è quella dettata dai numeri di vendita di un quotidiano; è sempre stato così. Non si ricerca la qualità e la conoscenza bensì il numero potenziale di soggetti eventuali lettori. Chi scrive sui giornaletti lo fa, lo ha fatto, con tanta passione ma con poche possibilità di accedere alle fonti reali. Nei paesi anglosassoni, dove la musica influisce direttamente sul PIL nazionale, fare il giornalista (che non significa solamente collaborare, anche qui ci sarebbe da distinguere) è una professione seria, ben pagata, riconosciuta. Tutte le porte sono aperte fin dall'inizio del progetto, perché vendere musica è un processo ben preciso. Si viene invitati alle sessioni di registrazione, si seguono i vari passaggi, si può vivere a fianco dell'artista, ottenerne fiducia e, forse, amicizia. Quando il disco è pronto, chi scrive ne sa quanto chi lo ha composto e progettato. Qui si compra il cd o il vinile, si legge un po' di stampa estera, se ne riporta la propria opinione da Pisticci Scalo. Capirai che esista una differenza abissale. Tra vivere e respirare l'ambiente e guardarlo con un binocolo alla rovescia. 

Quando ho iniziato io a collaborare, credo che il mio primo articolo sia del 1978, farsi pagare era molto difficile; dovevi prima mostrare che valevi qualcosa e poi renderti utile. Allora arrivavano due lire. Ai miei tempi, per ottenere l'iscrizione all'ordine dovevi consegnare 50 articoli in due anni e mostrare le ricevute con ritenuta d'acconto per sottoporre la domanda di iscrizione. Io ci misi sette anni. Oggi non solo non ti paga nessuno, ma se solo chiedi di avere un piccolo compenso ti sostituiscono con un ragazzino...sempre quello di Pisticci Scalo... che pur di vedere il proprio nome da mostrare agli amici o alla ragazzina, scrive con una consecutio approssimativa e un modo temporale congiuntivo del tutto occasionale, gratuitamente. Potrei farti nomi e cognomi, ma non mi pare il caso. 
E' questo, in ogni caso, il tumore che mina alla base la crescita dell'ambiente. Come ho scritto in un recente articoletto sul blog : se tu avessi bisogno di un meccanico per la tua auto e ne trovassi un centinaio lungo strada che operano gratuitamente, pagheresti qualcuno per farlo? Non ha importanza se la tua auto si fermerà a breve : risparmi soldi, no?

HB: Dai numeri di "Ciao 2001" presenti nella mia collezione, emerge che l'Heavy Metal in uno dei suoi momenti più dirompenti (mi riferisco agli anni della NWOBHM) fosse un genere tendenzialmente discriminato o, comunque, trattato con troppa sufficienza dalla stampa "mainstream" italiana. Si leggono recensioni al limite dello sfottò dei dischi di Michael Schenker, dei Saxon, di Ted Nugent ecc. Fanno eccezione gli Iron Maiden, che allora erano la "novità". Alla luce di questo: senza la rubrica di Rockerilla curata da te, da Beppe ecc, l'Heavy degli anni '80 sarebbe mai stato veramente riconosciuto e diffuso in Italia? O avremmo dovuto aspettare...internet? 

GT: Ho smesso di leggere Ciao 2001 intorno alla metà dei '70. Avevo capito come si affrontavano le recensioni. Ti ho appena spiegato, mi pare. Ho memorie di cose abominevoli dettate non solo dalla lontananza dal genere, ma anche da una ignoranza nel senso latino del termine trascendente. Non voglio deluderti ma non credo, in buona fede, che sia stata una rubrica su un mensile o l'uscita di un nuovo periodico ad aver influenzato la diffusione di un genere. Storicamente alcuni periodici hanno spinto, per gusti personali dei collaboratori o dei redattori, una frangia musicale invece di un'altra ma il condizionamento del mercato, per legge di marketing, non avviene con i piccoli numeri che i fogli specializzati possono assicurare. Perché parlano a un target già ben definito e convinto, che compra perché sa già cosa troverà all'interno del giornale. Se parliamo di giornali. Il marketing funziona su due basi ben distinte: il prodotto o brand e un veicolo promozionale molto potente (...come dicevo prima a proposito dei quotidiani). Se sussiste un prodotto, il passaparola, molto più lentamente, diffonde la conoscenza. Se un tramite molto seguito lo fa, quel prodotto viene venduto ANCHE al di fuori del target di riferimento. E questo lo fa diventare un prodotto di successo. Molti elementi contribuiscono al successo...l'immagine,la qualità, la diffusione, la reperibilità, la semplice conoscenza. 
I numeri di settore del metal, visto che ti interessa parlare di questo, sono sostanzialmente quelli, immutabilmente, da decenni. Sono esplosi in concomitanza con l'interesse di vettori...particolari. Vediamo se più avanti tra le tue domande comparirà la curiosità di domandare quali...

HB: Quando, nei primi anni '90, iniziai ad appassionarmi alla musica "dura", ricordo che una delle poche fonti di informazione disponibili era VideoMusic, di cui sei stato responsabile del palinsesto per lungo tempo. Diciamo la verità, Giancarlo: non è cambiata soltanto la musica. E' cambiato soprattutto il modo di farla arrivare alla gente; in quegli anni ero poco più che un bambino, ma mi ricordo che i programmi erano divertenti e riuscivano a stimolare la curiosità, raccontare "miti" e modelli che, per molti, non sarebbero durati soltanto una stagione. "Hard n'Heavy" (poi diventato "Sgrang" col passaggio a TMC2), "Rock Revolution"...e ancora "Zona Mito", "Segnali di fumo", i vari format con Rick Hutton, il Roxy Bar (poi "Help!"), i concerti delle grandi band per la regia di Gabriele Cazzola (forse sbaglio qualche nome, ma sto andando di getto e completamente a memoria). Una programmazione con contenuti simili a quelli potrebbe essere ancora apprezzata e seguita?

GT: Beh...meno male che ci siamo arrivati subito. Bene. Uno dei miei piccoli vanti professionali è stato quello di essere riuscito a bilanciare le necessità promozionali delle fu etichette discografiche con la volontà di promuovere anche altra musica. I metodi per ottenere il budget necessario a fare quello che vuoi, perché esulano dagli interessi di rete, te li risparmio. Il risultato era che si è dimostrato che esisteva un pubblico per...gli A-ha o i Duran... che poteva andare a braccetto con quello dei Maiden o dei Metallica. Credo che fra tutti ci siamo riusciti, per qualche anno. Voglio farti un esempio, uno solo, sul marketing di cui ti parlavo prima, credo sia illuminante. Quando arrivai a VM, 1988, la Warner mi propose dieci artisti, dieci uscite, su cui organizzare progetti comuni; che venivano definiti "a rischio". Tu sposavi il progetto, ti impegnavi, lo promuovevi, loro ti riconoscevano una royalty sulle vendite. Tra i dieci c'era il primo album dei Guns 'n' Roses, che aveva venduto sedicimila copie ed era uscito da quasi un anno; un vero rischio sceglierlo. Ma dato che altri erano ancora più difficili da tentare, scelsi i Guns. Dopo un anno, una decina di video, speciali, un concerto trasmesso da Parigi, le vendite totali furono di 180mila copie. Chiaro il concetto di co-marketing
Ah...i registi a VM furono diversi, oltre a Gabriele. Leo Conti e Ruggero Montingelli, un vero gigante, sono fondamentali da ricordare. Dopo la vendita a Cecchi Gori, la rete si sciolse come neve al sole.

HB: Secondo te, questa tendenza a consumare la Musica in modo così sbrigativo e apatico è ormai  irreversibile?

GT: Il digitale e il web hanno ucciso la musica tramite la cancellazione del supporto. Se infili un lupo dentro un ovile, chi lo può spingere a cacciare? Ha tutto il cibo che vuole lui a disposizione. Chi scarica o ottiene musica gratuitamente perché dovrebbe rischiare di comprare un costoso cd di cui non conosce il 90% dei contenuti? Il supporto musicale è per vecchi, l'usa e getta per i ragazzini e non esiste possibilità di tornare indietro, perché il concetto di proprietà è stato cancellato. E con esso L'ASCOLTO. La differenza tra ascoltare e sentire è assoluta.

HB: Ho letto un tuo bellissimo articolo dove parli dell'Inghilterra, del Reading Festival, di concerti visti nei club londinesi ed altre rocambolesche avventure legate al Rock duro di quel periodo. Ti riporto una frase che un giornalista scrisse qualche anno fa a proposito del Giro d'Italia, ma che trovo sia applicabile anche al "consumo" dell'evento musicale live: "oggi [i tifosi] non applaudono più, non guardano negli occhi i loro campioni, non tentano di raccattare una borraccia vuota. No, guardano il loro smartphone. Per aumentare al quadrato l'«io c'ero»" *. E' davvero così?

* Aldo Grasso, Corriere.it, maggio 2017

GT: Temo di sì. Anche se l'esibizione dal vivo, con tutto quello che comporta, resta a oggi la vera fonte di guadagno per i musicisti. Non a caso le residue etichette si sono gettate a comprarsi le agenzie di promozione dal vivo. La musica cambia, purtroppo, anche e specialmente per le loro scelte di marketing sbagliate. Oltre che al progresso che quando arriva non pensa ai danni potenziali. Nel nome dell'accesso e della democrazia sono state uccise frange intere di arte.

HB: Dalla TV alla radio. Ultimamente, oltre al progetto Rock Around The Blog, hai uno spazio chiamato "Freak out!" sulla web-radio ADMR: che tipo di contenuti propone questo programma? La radio (sia essa in FM oppure on-line) ha ancora un ruolo importante a livello culturale oppure...Internet killed the radio stars?

GT: Internet uccide tutto se non lo si sia utilizzare. E' un barile senza fondo ma che dovrebbe essere ben maneggiato. La radio è stato...eoni or sono... il mio primo amore e le riconosco un potenziale di diffusione e credibilità enorme, se solo la si sa trattare. Per questo odio profondamente le selezioni radiofoniche che non provano neppure a divulgare buona musica; sarebbe il vettore perfetto: tu ascolti e ti fai un'idea, scegli, acquisti. Invece...la canzone rimane la stessa. Ci sono eccellenti eccezioni, come Marco Garavelli, ma ce ne vorrebbero molti di più. Io ricordo che da ragazzino ascoltavo certi programmi su radio rai che mi hanno indirizzato e aiutato a crescere nei miei gusti. Freak Out su radio web ADMR è un piacevole divertimento. Ascolto io per primo e faccio ascoltare, con qualche ricordo e qualche nota di costume, la musica che mi piace, sperando che piaccia anche a chi ascolta in diretta o il podcast. Mi piacerebbe pensare che esista qualcuno che possa scoprire un artista grazie a quello che faccio, facciamo ascoltare. Qualche tempo fa mi hanno detto che hanno scoperto i Phish e Mary Chapin Carpenter grazie a me. E' stato un onore.

HB: In ultima analisi ti chiedo se, tra i tanti dischi di Heavy Metal che hai recensito su Rockerilla, HnH e Metal Shock, ce ne sono alcuni che, riascoltati oggi, valuteresti in maniera diametralmente opposta...

GT: Certamente. Sarebbe follia non fosse così. E non parliamo solo di rock duro, dato che grazie a Dio sono felice di avere gusti estremamente variegati... I gusti cambiano, crescono, si modificano ed affinano con l'età e la conoscenza. Credo che crescano sopra ogni cosa. Alcuni prodotti non li ascolto più, altri li ho riscoperti ed apprezzati.

HB: Giancarlo, nel ringraziarti per la tua disponibilità, ti faccio i migliori auguri per i tuoi progetti e ti do carta bianca per concludere questa intervista come preferisci:

GT: Chiamiamola chiacchierata, piacevole. Grazie e spero di aver detto qualcosa di interessante, tutto qua.

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