HO RIASCOLTATO: Diamond - S/T, 1986

02.07.2021

DIAMOND - S/T
(Mijems Records, 1986)

Dai meandri del mio archivio, riemerge di tanto in tanto qualche perla vinilica (o, come in questo caso, ottica) che ho colpevolmente lasciato in disparte per molto tempo. Acquistato in giorni non sospetti nella rara riproduzione "fuorilegge" della Reborn Classics, questo extended è l'unica e sola traccia lasciata da Mitch Diamond e dal suo progetto privato nella cronologia dell'hard n'heavy americano.
Sebbene il chitarrista si fosse imposto al comando di questa ignota guarnigione,
 la cui missione era effetto collaterale delle tendenze acustiche sdoganate da Dokken e Q5, vale la pena osservare nel dettaglio la line-up dei Diamond: ci accorgeremmo, tra l'altro, che il cantante Matt L'Amour ebbe un breve ma inconcludente flirt coi Pantera, mentre i più attenti riconosceranno il bassista Rob Dexter nelle fila dei dimenticati Battle Bratt!

Lungi dal voler discriminare il chitarrismo di Mitch "Diamante" o togliergli il merito della leadership compositiva, non è affatto difficile notare che è proprio quel guizzo solistico imprevedibile, che spesso caratterizzava il metallo americano "di classe", a latitare in questa isolata fatigue dei Diamond.
Ad immagine e somiglianza dei numi menzionati, il chitarrista inanella comunque una serie di impennate spettacolari: il piccolo classico di metal-atletico "Remember the night" oppure il riff frontale di "Fight fire with fire" attestano come Diamond sia particolarmente in sintonia con i Q5 del terremoto "Steel the light"!

il retro del bootleg Reborn Classics, 1993. Collezione privata
il retro del bootleg Reborn Classics, 1993. Collezione privata

In apertura, "Lonely in love" si barrica dietro alla solida trincea del Dokken-sound, emulando i fasti di "Under lock and key"; "Rock the nation" agisce similmente, senza troppo infastidire Deep Purple e la loro "Burn". La passerella conclusiva prevede l'ovvio guitar-instrumental "The inatome", ma Mitch Diamond non è Vinnie Moore ed il numero si risolve in un gradevole ripasso di trame ben note.

Il lavoro vocale ed interpretativo dell'accreditato L'Amour è corretto ed evita di prendersi troppi rischi: senonché, i posteri scopriranno trattarsi di un acerbo John West -futuro titolare nei Royal Hunt- dietro al microfono!
Conviene invece perorare la causa dell'illuminato tastierista Alex Lubin, fondamentale nell'economia del suono e vero elemento distintivo di questa semisconosciuta band. Gli  inserti dei sintetizzatori, che contagiano l'album nella sua quasi-interezza, sono fonte di magno gaudio per i seguaci di Greg Giuffria e del suo operato negli Angel. La carriera di Lubin, incredibilmente, non andrà oltre l'E.P. dei Diamond, oggi rarità da pagare a caro prezzo in ognuna delle sue (ri)edizioni.

Massimo

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