EDIZIONE STRAORDINARIA: I PIU' ATTESI NON DELUDONO. Recensito l'ultimo Iron Griffin

06.03.2022

IRON GRIFFIN - STORM OF MAGIC
(autoproduzione, 2022)

Il sortilegio dal titolo "Curse of the sky", scagliato dagli Iron Griffin esattamente due anni fa, occupa una posizione di assoluto privilegio nella mia collezione di emozioni "metalliche"; fu proprio quel nastro a farmi intuire che qualcosa di GRANDE si stava nuovamente muovendo, tra le rovine tristi e ormai consunte di un regno un tempo aureo. Fino ad allora, era possibile evocare soltanto il ricordo dell'Heavy Metal Epico, raccontandone l'antico splendore davanti al crepitio di un fuoco, come la più incredibile tra le fiabe popolari.

"Storm of magic" è il terzo movimento della struggente sinfonia mitologica degli Iron Griffin, ancora in perfetto equilibrio grazie alle invenzioni di Oskari Rasanen (in origine batterista, ma che sceglie di cimentarsi qui in una performance pluridisciplinare) e alla straordinaria prestazione vocale di Maija Tiliander, la ninfa della brughiera, di nuovo narratrice di leggende remote e orrendi misteri. 

Tra "Storm of magic" ed il precedente platter sussistono differenze e similitudini in egual misura: permane il rifiuto di affidarsi a confezioni professionali che allineerebbero Iron Griffin agli standard, compromettendone il fascino. La tana del Grifone sono i sotterranei putrescenti di un castello diroccato, corridoi senza luce infestati dall'umidità e da spaventose creature. La musica del duo finnico è metallo underground imperfetto e concepito per l'élite, e stavolta si sbarazza persino delle "terze parti" addette alla stampa e alla promozione!

Esce solo su cassetta, e vorrei ben vedere!, questo nuovo album che sgretola le forme più accessibili di "Curse of the sky" e dipinge una sword & sorcery oscura e dalle trame destrutturate, che naufragano -in qualche modo- negli inquietanti orizzonti del primo Mortiis e nelle partiture oniriche del Bathory-classico "Twilight of the Gods".

Iron Griffin Terzo Atto non è un disco per tutti. Non è affare per cacciatori di hit-paraders, e non è un album per talebani dello strumentismo di marca accademica. Le chitarre sono sgraziate e gettano spesso nella mischia fraseggi improbabili e dissonanti, come lame rugginose che squartano le orde di guerrieri-zombi, per poi librarsi su cori immensi e solenni riff pressofusi d'intenzione Black Sabbath!

L'esercizio medievale "The witch and the king", nel tentativo di omaggiare il lirismo dei Lordian Guard, riporta alla mente (seppure in chiave ultra-minimalista) il rosario del dolore di Angelo Branduardi, "Confessioni di un malandrino", ed altri motivi celebri della sua discografia.

Del resto, Oskari è (come Quorthon!) un autodidatta illuminato da un irrefrenabile stimolo immaginifico, un menestrello che affida le proprie visioni all'interpretazione di Maija, sbalorditiva dall'iniziale "Lady of space and time" ai quindici minuti della title-track, dove evanescenti frasi di (dungeon)synth e interludi acustici si alternano a terrificanti cozzi di puro tormento manowariano

"Storm of magic" non è un capolavoro, poiché i capolavori sono opere insindacabili sotto TUTTI i punti di vista; attenzione però, Iron Griffin non necessitano di alcuna messa-a-punto: sono rozzi, evocativi e fanno sognare. E a noi vanno benissimo così.

Massimo

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