EDIZIONE STRAORDINARIA: Helloween, ritorno (d)alla Metal-galassia!

19.06.2021

Sapete, erano veramente troppi anni che l'Heavy Metal non (mi) regalava un po' di batticuore mainstream. Le omelie degli Iron Maiden che da decenni raggiungono vertici inesplorati di noia e stanchezza artistica, Judas Priest e Accept risibili approssimazioni di se stessi, quel "13" dei Sabbath in cui il salvabile, oltre la cortina di compressori del gigante Rubin, tende al nulla cosmico: questo è il quadro affatto idilliaco cui siamo ormai abituati (ma non assuefatti!) da tempo immemore. Helloween, dal canto suo, stava contribuendo con una drammatica assenza di nerbo, costante da almeno vent'anni.
Corre ai ripari, nel 2021, la Nazionale Tedesca ristrutturando l'organico in configurazione "corale", mossa disperata per tentare il salvataggio di capre e di cavoli. Il figliol prodigo Kai Hansen porta la squadra in ritiro sulla stessa, remota galassia ove germogliano i semi dell'ispirazione ben noti a Gamma Ray, affinché la Zucca Volante rientri in orbita con una hit letteralmente piovuta dal cielo.

Non amo il sensazionalismo che inganna i sentimenti dei die-hard fans: ecco perché non ho subìto più del dovuto, ascoltando "Helloween", il fascino della produzione analogue né della "panchina lunga" composta da Michael Kiske, Andi Deris e lo stesso Hansen ad alternarsi i compiti vocali. Il chi-canta-cosa, francamente, non mi interessa più di tanto. Nessuno ci restituirà mai il Kiske di "Keeper of the seven keys", né il vulcano Hansen di "Land of the free", inutile nascondersi dietro ad un dito.
No, voglio godermi il nuovo Helloween canzone per canzone, come ai tempi in cui un album stazionava sul giradischi per settimane, finanche mesi; come quando, tornando da scuola, riproducevamo la cassetta con il walkman, come un mantra, ed ogni giorno cambiava la nostra canzone preferita. Se apprezzerò o meno questo album, sarà comunque un dettaglio successivo all' esperienza.

Ero poco più che un bambino, quando comprai per qualche spicciolo il nastro (usato) di "Live in the U.K." e la mia prima  osservazione fu "ma...questo canta come Elvis Presley!". Oggi, Michael Kiske somiglia così tanto a quell'ingenuo ritratto che ne feci nei primi anni '90, che ne vado quasi fiero.

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Helloween lancia, senza idee brillanti, l'inno d'apertura "Out for the glory" e tutto è tristemente in linea con le più prevedibili operazioni nostalgia: doppia cassa supersonica, ritornello di facile presa e la voce di Kiske che farà eccitare in-automatico le vedove del Custode delle Chiavi. Tra alti e bassi, goccia dopo goccia, "Helloween" si rivela per ciò che realmente è, restituendoci qualche antico brivido anni '90 con "Rise without chains", figlioccia di "Falling higher", mettendo una certa quantità di (buona) carne al fuoco con "Angels", abbandonandosi qua e là ad influenze piuttosto sorprendenti ("Best times" è ovviamente alimentata a pillole sintetiche di pop a'la Billy Idol).

Andi Deris prende spunto da "Black diamond" dei Kiss per introdurre la sua magnum opus, una "Fear of the fallen" che, tra incredibili contrappunti vocali ed un gigantesco tormentone in crescendo (listen...listen...), immobilizza con la potenza di un fascio di luci aliene.

AD di "Live in U.K.", 1989. Collezione privata
AD di "Live in U.K.", 1989. Collezione privata

"Robot King" è semplicemente Weikath che dissotterra l'alabarda spaziale e mette la firma, come d'uopo, su un brano altisonante che non teme il raffronto in retrospettiva con "The time of the oath" e "Better than raw". Al netto di tracce "bonus" contenute nelle varie edizioni limitate, Helloween conservano l'odissea interstellare "Skyfall", mastodontico e riuscitissimo Kai-Hansen-show, per il gran finale.
In ultima analisi, il grande merito di "Helloween" è quello di farci rivivere un'esperienza di vero professionismo musicale, in un momento storico in cui lo status quo dell'Heavy Metal è alla più amatoriale delle derive - anche ad alti livelli.

Massimo

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